La scelta del regime contabile


Le scelte possibili


PARAGRAFO 1

Introduzione

Introduzione

Affrontiamo di seguito il percorso di accompagnamento all'impresa nella scelta delle forme e opzioni per l'esercizio della sua attività.

Qualunque sia l’attività che si intende intraprendere è utile aver presente che le diverse scelte da fare risultano più fluide e meglio indirizzate se rispondono a un approccio per importanza e consequenzialità.

Il seguente schema - in sintesi - riassume l'opportuno approccio e sequenza per l'analisi dei vari aspetti e l'assunzione delle varie decisioni:

avvio attività

La guida rappresenta uno strumento utile per la gestione della prima parte del percorso, ovvero quale sia il regime contabile e fiscale di riferimento alla luce dell'attività da svolgere.

Per ogni soggetto che desidera svolgere un'attività imprenditoriale o professionale, sia essa in forma autonoma che associata, esiste un regime contabile "naturale".

Allo stato attuale i regimi contabili previsti dal nostro ordinamento sono i seguenti:

  • regime ordinario;
  • regime semplificato;
  • regime forfetario

Il regime di contabilità ordinario costituisce regime “naturale” obbligatorio per le società di capitali.

Sono,inoltre, obbligate al regime di contabilità ordinaria:

  • le imprese individuali;
  • le società di persone;
  • gli enti non commerciali.

nel caso in cui esercitino un’attività di impresa con ricavi superiori a: 

  • euro  400.000,00 se svolgono attività di servizi;
  • euro  700.000,00 se svolgono altre attività.
Le imprese individuali e le società di persone e assimilate i cui ricavi non abbiano superato, nell’arco di un intero anno solare, i seguenti limiti:
  • euro 400.000,00 se hanno per oggetto prestazioni di servizi
  • euro 700.000,00 se hanno per oggetto altre attività diverse dalla prestazione di servizi

 adottano il regime della contabilità semplificata come regime contabile “naturale”.

Il regime agevolato forfetario, disciplinato dalla Legge 190/2014, ha subito alcune modifiche nel corso degli anni, fino ad arrivare alla Legge di Bilancio 2019 che ha previsto che tale regime sia da considerarsi regime "naturale" per tutti i soggetti che:

  • nel prestare la propria attività nel corso del 2018 hanno conseguito un fatturato inferiore a 65.000 euro;
  • si apprestano ad iniziare una nuova attività nel 2019 con una previsione di fatturato, ragguagliato per anno, inferiore a 65.000 euro.

Si rimanda ai rispettivi paragrafi per l'analisi dettagliata. 

 


PARAGRAFO 2

Impresa ed azienda: definizioni

Impresa ed azienda: definizioni

La definizione di imprenditore contenuta nell’art. 2082 cod.civ recita :“… è imprenditore colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”: da questa definizione è facilmente comprensibile come la stessa non risolva tutti i dubbi.

Ad esempio, qual è il confine tra attività di impresa e attività di lavoro autonomo?

Un altro articolo, l’art. 2135 cod.civ. definisce poi l’imprenditore agricolo come colui “…che esercita un’attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento del bestiame e attività connesse. ….” .

In un'altra disposizione troviamo l'indicazione della tipologia delle attività che possono definirsi d’impresa : è l’art. 2195 cod.civ., che elenca semplicemente le seguenti categorie di attività soggette all'obbligo di iscrizione nel registro delle imprese:

  • quella industriale diretta alla produzione di beni e servizi;
  • intermediaria alla circolazione dei beni;
  • quella di trasporto per terra, acqua e aria;
  • quella bancaria ed assicurativa;
  • quelle ausiliarie alle precedenti.

In linea generale possiamo dire di essere in presenza di un’impresa quando questa rispecchia alcuni requisiti:

  • professionalità: l’attività è svolta in modo stabile e non occasionale;
  • economicità: l’attività è produttiva di ricchezza (o quanto meno volta ad essere economicamente autosufficiente);
  • organizzazione: l’attività richiede il coordinamento dei fattori produttivi, capitale e lavoro, proprio ed altrui;
  • scopo: l’attività ha quale fine quello della produzione e scambio di beni e servizi, ossia è destinata al mercato, con il fine del conseguimento di un profitto.

Il codice civile introduce inoltre il concetto di azienda, che spesso viene confuso con quello di impresa, ma che in realtà, lart. 2555 cod.civ., individua nel “… complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa..”. Se quindi i due termini individuano la stessa entità economica, da un punto di vista giuridico:

  • l’azienda individua un complesso di beni,
  • l’impresa è l’attività economica esercitata dall’imprenditore.

Su questo schema è poi intervenuta la normativa fiscale che ha voluto porre, in alcuni casi, una serie di presunzioni proprio per definire l’ambito operativo delle norme applicabili al reddito prodotto dall’impresa.

Possiamo quindi parlare di deroghe alla norma civilistica, che si applicano in modo assoluto individuando un reddito d’impresa, quando l’attività è esercitata, ad esempio, da:

  • soggetti IRES di cui allart. 73 TUIR (società di capitali, enti  commerciali, ecc..);
  • società di persone quali s.a.s. e s.n.c., anche se esercitano attività agricole;

In linea generale la differenza tra l’inquadramento civilistico e quello fiscale è che in questo secondo caso è impresa anche quella che esercita una delle attività predette, anche se non organizzate in forma d’impresa.

Ecco quindi che le attività degli ausiliari, ad esempio gli agenti e rappresentanti, danno luogo a reddito d’impresa, indipendentemente dalla struttura organizzativa.

L’attività che si esercita (o che si ritiene di voler esercitare) viene  dichiarata agli uffici competenti – nel momento della costituzione dell’impresa o nel suo prosieguo in caso di modifiche – riferendola ad uno specifico codice, che ne riassume appunto la natura. La rispondenza tra il codice individuato, l’esercizio effettivo dell’attività e le conseguenze fiscali e civilistiche sono poi oggetto di valutazione e controllo da parte degli Uffici competenti

  • l'Agenzia delle Entrate, per il regime del reddito conseguente,
  • il Registro delle Imprese per le conseguenze di natura civilistica,
  • gli Albi per quanto di loro competenza e così via,
  • l'INPS e gli altri enti previdenziali per l'inquadramento sia dei soci/imprenditori che dei loro dipendenti/collaboratori.

PARAGRAFO 3

Classificazione delle attività

Classificazione delle attività

La classificazione delle attività economiche si desume dai codici attività. La scelta del codice di attività, da indicare in atti e dichiarazioni da presentare all’Agenzia delle Entrate, e in qualsiasi altro adempimento ove richiesto, è effettuata dal contribuente, in relazione all’oggetto dell’attività il cui inizio, variazione o cessazione si denuncia all’Amministrazione Finanziaria.

Con Provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 16 novembre 2007 è stata introdotta la nuova tabella di classificazione delle attività economiche - ATECO 2007 - che a partire dal 1° gennaio 2008 viene utilizzata dai contribuenti negli atti e nelle dichiarazioni da presentare all'Agenzia delle Entrate.

La tabella ATECO 2007 è stata adottata dall’Agenzia delle Entrate in sostituzione della tabella ATECOFIN 2004 che è rimasta in vigore fino al 31 dicembre 2007. E' fornita anche una tabella di raccordo tra i codici delle due diverse classificazioni.

Tecnicamente la nuova classificazione si articola in cinque livelli, comprendenti, rispettivamente, le voci identificate da un codice:

  1. alfabetico (sezioni);
  2. numerico a due cifre (divisioni);
  3. numerico a tre cifre (gruppi);
  4. numerico a quattro cifre (classi);
  5. numerico a cinque cifre (categorie);
  6. numerico a sei cifre (sotto categorie).

La struttura di classificazione è ad “albero” e parte dal livello 1 (distinto in 21 sezioni), fino a giungere al livello massimo di dettaglio, punto 6, comprendente 1.224 sotto categorie. La struttura gerarchica serve per guidare la scelta del contribuente che, per approssimazioni successive, partendo dalle sezioni arriverà a classificarsi nella specifica sotto categoria che meglio descrive la sua attività.

La classificazione è standardizzata a livello europeo fino alla quarta cifra, mentre le categorie e le sotto categorie (rispettivamente livello 5 e 6) possono differire tra i singoli Paesi per meglio cogliere le specificità nazionali.

Una delle conseguenze pratiche della scelta di un codice attività è la classificazione che  ai fini fiscali deriva alla propria attività esercitata:

  • norme specifiche possono determinare regimi speciali per singoli attività
  • il codice  attività classifica l'impresa ai fini del controllo con vari strumenti, quali studi di settore e altri

Attività multiple

E’ frequente trovarsi difronte a casi in cui considerevoli porzioni delle attività di un’unità ricadono in più categorie ATECO; ciò accade quando c’è integrazione verticale delle attività (per esempio raccolta del grano con annessa macinazione e produzione di pane) oppure integrazione orizzontale delle attività (per esempio produzione di prodotti in legno con utensili in plastica) o da qualsiasi altra combinazione di attività all’interno di un’unità statistica. Nel caso in cui un’unità svolge attività che ricade solamente in due posizioni ATECO, una delle attività inciderà sempre per oltre il 50% del valore aggiunto, tranne il caso eccezionale in cui ambedue le attività producano egualmente il 50%. L’attività che rappresenta più del 50% del valore aggiunto sarà considerata quella principale e determinerà la classificazione dell’unità. Nel caso complesso in cui un’unità svolge più attività classificate in più di due posizioni ATECO, e nessuna delle attività incide per oltre il 50% del valore aggiunto, la classificazione per attività dell’unità dovrà essere stabilita secondo il cosiddetto metodo top-down. Tale metodo segue il principio gerarchico per cui la classificazione di un’unità al livello più basso della classificazione deve essere coerente con la classificazione dell’unità al livello più alto della struttura. Il processo da seguire è così sintetizzabile:

  1. identificare la sezione con la percentuale di valore aggiunto più alta;
  2. identificare, all’interno della sezione, la divisione con la percentuale di valore aggiunto più alta;
  3. identificare, all’interno della divisione, il gruppo con la percentuale di valore aggiunto più alta;
  4. identificare, all’interno del gruppo, la classe con la percentuale di valore aggiunto più alta.

PARAGRAFO 4

Scelta forma d'impresa

Scelta forma d'impresa

Il primo rilevante bivio è se si desidera svolgere la propria attività in foma autonoma o in forma societaria: l'ampia alternativa di scelta richiede un'attenta valutazione dei pro e dei contro di ciascuna soluzione.

Attività svolta in forma individuale o con familiari

Il seguente schema è utile a comprendere la quantità di scelte possibili:

Imm Guida

La prima possibilità con cui confrontarsi è generalmente quella delineata dall’impresa individuale, che è la forma più semplice ed è quella che richiede meno impegno dal punto di vista delle procedure amministrative necessarie per la costituzione. I costi infatti sono ridotti e l'imprenditore si trova nella possibilità di prendere con la massima libertà tutte le decisioni che ritiene opportune. Per contro il rischio imprenditoriale rimane in capo interamente al titolare che, specialmente dopo qualche anno di attività, con il conseguente sviluppo sul mercato e la maggiore articolazione della gestione interna a ciò conseguente, può pentirsi di non aver subito scelto lo strumento societario per la creazione della propria attività; uno strumento sicuramente più complesso ma che permette una gestione organizzativa e strutturale che meglio si adatta ad imprese di medio/grandi dimensioni.

Attività svolta in forma societaria 

Nel caso si intenda svolgere attività di impresa con altri soci lo schema è il seguente:

impresa in gruppo

L’imprenditore che decide di svolgere l’attività economica in forma associata, può scegliere  il tipo di società nell’ambito dei modelli organizzativi previsti dal legislatore (si parla di “tipicità” delle società), tenendo conto di diversi aspetti, tra cui la responsabilità personale dei soci, le dimensioni dell’impresa, le forme di finanziamento, ecc...

Tutti i diversi tipi societari previsti rientrano nella definizione generale di società dettata dall’art.2247 cod.civ., che delinea i caratteri fondamentali delle società individuandone tre specifici aspetti:

  1. i conferimenti;
  2. l’esercizio in comune dell’attività economica;
  3. lo scopo di lucro.

I conferimenti di beni o servizi che costituiscono le prestazioni patrimoniali eseguite o promesse dai soci in favore della società, diventano il patrimonio della società a tutti gli effetti, con conseguente impossibilità di restituzione ai conferitari se non al momento dello scioglimento della società medesima. I beni conferiti sono assoggettati ad un vincolo di destinazione stabile verso il perseguimento dell’oggetto sociale, da cui consegue che:

  • il singolo socio non può servirsi liberamente (salvo consenso dei soci) dei beni che fanno parte del patrimonio societario;
  • i creditori personali dei singoli soci non possono aggredire “direttamente” il patrimonio della società;
  • il socio non può pretendere la restituzione del bene prima dello scioglimento della società.

È possibile conferire qualsiasi bene suscettibile di valutazione economica (beni in natura, denaro, rapporti giuridici), nonché prestazioni di attività lavorativa, trasferiti in proprietà o anche solo in godimento, alla società, che siano necessari per lo svolgimento in comune dell’attività economica. Vi sono tuttavia alcune limitazioni per i conferimenti nelle società di capitale, come indicato negli specifici paragrafi.

Il patrimonio sociale, che potrà variare in seguito alla gestione sociale, assolve alla funzione di garanzia verso i terzi creditori della società; garanzia esclusiva per le società di capitali, o garanzia principale, se rispondono anche i soci col proprio patrimonio personale (società di persone). Il patrimonio sociale assolve anche alla funzione produttiva, in quanto costituisce la dotazione necessaria per il conseguimento dell’oggetto sociale.

L’esercizio in comune dell’attività economica (si intende tale una serie coordinata di atti diretta alla realizzazione di un unico fine, che può anche sussistere nell’esercizio di un unico affare) costituisce l’oggetto del contratto di società, e deve essere determinato nell’atto costitutivo. L’attività economica è finalizzata alla produzione o allo scambio di beni e servizi, destinati al mercato. Per questo si distingue la società dalla “Comunione” (art. 1100 cod.civ. e seguenti) la quale ha per oggetto la semplice conservazione e godimento di un determinato patrimonio comune in favore dei soli soci (società di mero godimento).

Lo scopo di lucro consiste nella destinazione ai soci dei vantaggi economici derivanti dall’attività svolta, e dunque nella divisione degli utili (lucro soggettivo). È lo scopo tipico delle società di persone e di capitali, dette appunto società lucrative, distinguendosi così dalle società mutualistiche, ossia quelle finalizzate a perseguire un vantaggio patrimoniale diretto ai propri soci (ad esempio fornire beni e/o servizi ai soci a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle rinvenibili sul mercato), senza la distribuzione di utili (società cooperative e società di mutua assicurazione).


Stampato il 27/06/2019 alle 02.27
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